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Attrezzatura - Anelli & Anelli PDF Stampa E-mail

Tra i componenti che occorrono per assemblare una canna da mosca gli anelli sono sempre stati relegati all’ultimo posto in fatto di importanza. In effetti questo elemento della canna è spesso valutato come semplice passacoda senza considerare l’influenza che questi hanno in relazione al lancio per gli attriti della coda con essi. Ma esistono altri “anelli”, che non hanno nulla a che vedere con quelli della canna, pensati per limitare il dragaggio sia della mosca che del finale. Andiamo ad analizzare questi due elementi che influiscono l’uno sulla buona riuscita di un lancio, l’altro sulla qualità della nostra “passata”.

DI MASSIMO MAGLIOCCO



GLI ANELLI DELLA CANNA

Quando vidi per la prima volta una canna da mosca i miei occhi si poggiarono sull’attacco del mulinello e sugli anelli passacoda poiché estremamente differenti da quelli delle altre tecniche di pesca che ero abituato a vedere. L’attacco del mulinello non poteva passare inosservato dal momento che si trovava sotto l’impugnatura della canna, mentre gli anelli, con il loro andamento a serpentina, mi intrigavano e non riuscivo a capire il perché fossero così differenti dagli altri e mi venne poi spiegato che la loro forma, così strana, era finalizzata a diminuire l’attrito con la coda così da poter migliorare lo shooting. Allora tutte le case produttrici montavano, a parte il primo, gli anelli a serpentina legati a quella cultura anglosassone che imperava incontrastata e che dettava ogni cosa sulla tecnica mosca. Poi con il passar del tempo ci si è impegnati a studiare se ci potessero essere delle alternative all’anello a serpentina che migliorassero lo shooting e si iniziò, a dire il vero molto in sordina a provare quelli detti a “ponte unico” cioè quelli con un solo piedino e perfettamente circolari. Personalmente all’inizio fui un po scettico a causa dell’allora mio essere “conservatore” e che per fortuna grazie al tempo, ma molto di più alla conoscenza di molti pescatori a mosca “nostrani”, sono riuscito a tramutarmi in “progressista” nel senso che sono tra coloro a cui piace cambiare per migliorare la tecnica. Però, all’epoca non accettavo di buona grado i cambiamenti che pian piano stavano evolvendosi anche nella pesca a mosca ed ero uno di coloro i quali criticavano parecchio chi era il protagonista delle canne da mosca “vestite” con un abito del tutto nuovo. Questi cambiamenti interessavano anche gli anelli ma debbo dire che dopo averli provati mi resi conto che in fondo non erano poi così malvagi come tutti, all’epoca, li dipingevano. Oggi sento e leggo che ancora un tipo di anello non ha soppiantato l’altro, mentre personalmente le mie simpatie vanno verso quelli a ponte unico poiché sono convinto che questi ultimi danno uno shooting decisamente maggiore, convinzione maturata in anni di prove e controprove eseguite per conto di aziende produttrici. C’è però da dire che questo vale solo per una tipologia di canne e cioè quelle che lanciano code non pesanti, diciamo fino alla 4, oltre, anche se se la battono, la serpentina ha un piccolo vantaggio. Andiamo a vedere su cosa si differenzia in termini pratici l’usa di uno o l’altro anello.

Il vantaggio che ha il ponte unico nei confronti della serpentina in canne che lanciano code leggere è da ricercare in un attrito inferiore che la coda produce su gli anelli. Se ci pensate, la coda poggia solamente su una piccola superficie degli anelli (parte superiore o inferiore) e non viene a contatto con la canna cosa che invece succede con le serpentine. In effetti, se ci fate caso coloro che pescano frequentemente in fiumi con acque piuttosto “dure” e quindi ricche di calcio vedranno che nella parte sottostante, la loro canna su quasi tutta la superficie, avrà una bella linea biancastra, segno inconfutabile di attrito con la coda. Se si va, invece, a controllare una canna a ponte unico, questa linea non esiste o, al massimo, si riscontra in zone limitatissime tra due anelli. Questo è già uno degli elementi che, a mio avviso, fanno pendere l’ago della bilancia per il ponte unico. Chi non è d’accordo con questa tesi, asserisce che la serpentina lasci molto più libera di muoversi la coda tra gli anelli, e questo può anche essere vero, però questa “libertà” viene vanificata, o di molto limitata, per l’attrito di cui si diceva sopra. Un’altra cosa da non sottovalutare è che il ponte unico ha una sola legatura e non due. Questa che in apparenza può sembrare una cosa di poco conto, è invece un elemento estremamente condizionante per una canna da mosca che monta le serpentine nel senso che la superficie di canna soggetta a vincolo per ogni legatura poiché bloccata da queste e che varia a seconda della lunghezza della canna, va da due a tre centimetri ad anello. Se si considera che gli anelli passanti, ad esclusione dell’apicale, sono 9 o 10 il conto è presto fatto e cioè una superficie rigida che va dai 20 ai 30 cm in totale. Ma non è tanto il totale vincolato ma i singoli spezzoni rigidi della canna, in particolare nell’elemento medio e nella vetta, che sono le parti più flessibili dell’attrezzo e che non riusciranno a dare quella continuità della naturale curvatura dell’attrezzatura. L’anello a ponte unico invece non ha questa controindicazione in quanto la legatura essendo una, non inficia minimamente l’omogeneità della curvatura che la canna assume sotto sforzo. Nelle attrezzature che lanciano pesante il discorso può essere diverso ed in effetti quelli a serpentina vanno molto bene, anche se volendo fare i pignoli, sempre a mio avviso, qualche limite lo possono sempre dare. Se pensate al lancio con queste canne le quali gestiscono con disinvoltura code dalla numero 8 in su, vi verrà subito in mente che l’inerzia che il lancio imprime a queste code, che tra l’altro sono quasi sempre WF, è talmente forte che tutto l’attrito possibile generato con il contatto con la canna viene ad essere poco rilevante, contatto che è poi del running, cioè la parte più sottile della coda quindi con minore superficie di contatto. Un discorso a parte va fatto per il primo anello che condiziona moltissimo lo shooting. Quando alla fine del lancio si rilascia la coda, inevitabilmente questa sfregherà con il primo anello che essendo fisso come del resto tutti gli altri, “obbligherà” la coda ad introdursi al suo interno generando un inevitabile attrito andando così ad incidere sul risultato finale del lancio. Questo attrito sarà molto più grande quanto più grande sarà lo spessore della coda. Da questo discorso l’idea di un primo anello basculante, cioè un anello che anziché essere fisso possa assecondare l’andamento non rettilineo della coda in fase di shooting. In altre parole, quando si rilascia la coda questa non sarà più costretta a dirigersi forzatamente all’interno dell’anello ma sarà quest’ultimo a doverlo fare cioè a ruotare in senso orario dalla posizione di riposo, cioè sotto la canna e quindi con un angolo di 0° fino ad arrivare a coprire un angolo di 90°/110°.


Il maggior vantaggio, dopo prove fatte, si ha nel lancio indietro poiché lanciando molto spesso con le code pesanti in doppia trazione, si manterrà la coda alta negli allunghi mantenendo, di conseguenza, anche l’angolo generato tra la coda e l’anello. Nel lancio in avanti, dove la coda può contare su un vantaggio che le è dato dal suo peso proprio che tende a farla scendere verso il basso e quindi a diminuire l’angolo di attrito, l’andamento oscillatorio dell’anello basculante è leggermente inferiore ma sempre importante. Questo tipo di anello sarà montato prossimamente su alcuni modelli di canne prodotte e distribuite dalla Modern Flies di Aldo Silva e credo proprio che genereranno non poca curiosità ed interesse.



“ANELLI” NEL FINALE


Per quanto riguarda il finale, elemento per me di straordinaria importanza e purtroppo ancora oggi non del tutto apprezzato per i suoi enormi vantaggi nel contrastare il dragaggio, gli anelli a cui alludo sono quelli che uniscono i vari spezzoni di un finale “tipo a nodi”.

Facciamo un po di chiarezza. Se partiamo dal principio che per combattere il dragaggio oltre ai lanci finalizzati a tale scopo è necessario un finale che abbia certe caratteristiche in lunghezza e nel profilo, è facile capire che più la struttura di questo è rigida e più si ha difficoltà a plasmarlo. Proprio in relazione a ciò in un recente passato è stato demolito il concetto dei “molti nodi” (più nodi più rigidezza). Oggi si tende a farne al massimo quattro, poi si è pensato di rendere questi nodi meno voluminosi quindi con pochi giri, poi si è arrivati ad utilizzare fili estremamente elastici e poco rigidi ma, a mio avviso, tutto questo non bastava mancava ancora qualcosa che rendesse questo finale ancor più plasmabile e assecondabile alle correnti sia superficiali, se ci riferiamo ad un finale per la secca, che sommerse se invece ci riferiamo ad un finale per la ninfa. Allora dove intervenire per far si che la struttura di questo importantissimo elemento dell’attrezzatura potesse esprimersi al massimo ? Da qui l’idea di non unire più i vari spezzoni con i classici nodi ma renderli liberi tra loro e quindi congiungerli attraverso delle micro asole. Non so se questo modo di unire i fili era già stato pensato e messo in atto da qualcun altro, fatto sta che personalmente non ne ho avuto traccia. Sembra un qualcosa di inutile ma se non si prova un finale così assemblato non ci si può rendere conto. In effetti il grosso problema del dragaggio non è tanto sull’acqua mossa ma su quella leggermente mossa che non da quel margine di errore che si traduce nel nascondere alla vista del pesce le scie della mosca e del tip del finale dato appunto dall’acqua mossa. Sulle acque leggermente mosse infatti, si “rischia” molto poiché spesso si affrontano con troppa disinvoltura e non gli si da la giusta importanza con il risultato che il complesso mosca finale lasci sulla superficie dell’acqua le “maledette” scie. In queste acque sono le micro spinte che non vengono assorbite dal finale quelle per intenderci che, pur essendo innumerevoli, non si mostrano come le forti correnti alle quali stiamo, giustamente, particolarmente attenti, ma filtrano sibilline e infide. Di solito sono quelle che vengono generate da una serie di pietre sommerse ad una profondità sui 50/60 cm in cui l’acqua scende apparentemente compatta e dove si lancia molto più tranquillamente di altri siti senza pensare molto alle conseguenze che sicuramente si possono generare. In altre parole le grosse spinte dell’acqua che danno vita a forti correnti sono individuate molto bene dal pescatore, ma quelle minori che spesso sfuggono ad un occhio poco allenato non vengono rilevate ed è proprio su queste che un finale assemblato con delle micro asole può rendere molto di più di uno classico a nodi.

Le micro asole, fungendo da vere e proprie cerniere, tengono sulla ferrata e alla trazione esercitata dal pesce in maniera ottimale. Io e i gli istruttori della nostra scuola di pesca a mosca la FFM (Fly Fishing Masters), abbiamo testato in pesca questi finali per più di un anno non riscontrando mai dei problemi che all’inizio, a dire il vero, ci avevano fatto venire dei legittimi dubbi che erano di tre tipi e cioè sulla tenuta, sulla trasmissione di energia e sulla precisione. La soddisfazione nel vedere via via dissipati questi dubbi è stata grande. In effetti oltre all’ottima tenuta non abbiamo constatato il benché minimo “collasso” nella trasmissione che in teoria poteva esserci in considerazione del fatto che i vari spezzoni di filo non fossero stati del tutto uniti. Ma il grosso nostro dubbio era la possibile mancanza di precisione. Anche in questo caso nessun problema basta che la tensione del finale non venga mai compromessa. Del resto questo problema della precisione esiste, ed anche in maniera considerevole, anche per i classici finali a nodi e conico, nel senso che se la tensione viene a mancare per un qualsiasi motivo, allora la struttura crolla inesorabilmente senza nessun risultato. Quindi, dissipati i nostri dubbi, abbiamo iniziato a vedere se la intelaiatura di questo finale avesse delle peculiarità e quindi quei vantaggi che avevo pensato potesse dare in relazione al dragaggio. Le prove effettuate sulla stessa superficie di acqua sia con i classici finali che con quello asolato hanno dato dei risultati straordinari in particolare su quelle superfici di cui si è detto sopra e cioè con una serie di infide tensioni superficiali.

Con l’occasione volevo menzionare il mio amico nonché istruttore di FFM Massimiliano Nucci per l’apporto tecnico fornitomi in quanto ottimo conoscitore di nodi e legature. Per concludere un finale che si può considerare innovativo e che, ne sono convinto, potrebbe rivoluzionare il concetto di finale ed essere così pensato finalmente alla stregua del lancio per combattere il dragaggio.



Massimo Magliocco

 
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